Stefania Campo, scrittrice e architetta

Qualche anno fa, la casa editrice Il leone verde ha pubblicato il suo I segreti della tavola di Montalbano. Le ricette di Andrea Camilleri: un libro originale e sfizioso per metà saggio e per metà ricettario, che ricostruisce e ripropone in chiave trasversale gli itinerari culinari e i piatti preferiti del celebre commissario (e quindi del suo autore-alter ego), tracciando indirettamente un ritratto non solo gastronomico del gusto in Sicilia. Oggi l’autrice, Stefania Campo, architetto, appassionata di cucina e madre di due bambine, risponde alla domande di www.Star.it.

 

Stefania ci racconti la genesi di quest’opera? In altre parole: come è nata l’idea e come l’ha realizzata?

Il libro nasce, alla lontana, dal mio background professionale: per molto tempo mi sono occupata di promozione territoriale dei luoghi legati al cinema e alla letteratura, con itinerari su Salvatore Giuliano, Il Padrino, e così via. Inevitabile che mi venisse, a un certo punto, l’idea di dedicarmi a Camilleri. E l’ho fatto individuando un tema a me caro: i luoghi della cucina di Montalbano.

Camilleri è uno scrittore molto prolifico, come hai fatto a ricostruire non solo luoghi e ricette ma, soprattutto, a sistematizzarli, a dar loro una struttura?

Prima di tutto ho letto tutti i 19 romanzi che aveva scritto fino al 2009, poi ho guardato più volte tutta la fiction televisiva. A quel punto, mi sono messa al lavoro. La prima parte è stata un’analisi trasversale, legata al cibo che a sua volta si ricollega all’infanzia, ai ricordi di bambino del commissario. Un esempio è quando ricorda se stesso ragazzino che, seduto nel porto, sgranocchia quelli che noi chiamiamo calia e simenza, e cioè noccioline, pistacchi, ecc. C’è questo legame forte con l’infanzia che rappresenta, anche, un legame con la propria terra, con il suo aspetto più endemico.

Non sempre però il gusto per il cibo è legato ai ricordi. A volte è abbinato ad altri sentimenti e sensazioni.

Non sempre, certo. A volte, per esempio, si lega al piacere sessuale, alla passione di Montalbano per le donne.

Passiamo alla seconda parte del libro: dieci menù completi di dolce, ognuno legato a un tema. Come il cibo e l’infanzia, appunto. Con che criterio li ha realizzati?

Ogni menù è legato a un paragrafo della prima parte del volume, come quello sull’infanzia, appunto. Si tratta di menù completi, in cui il dolce non manca mai, e che partono dalla premessa che Montalbano mangia molto lentamente, perché gli piace gustare il cibo, assaporarlo, e quindi c’è spazio anche per il dolce. In questi menù la fretta non è contemplata.

Alla fine, quali sono i piatti preferiti da Montalbano?

Quelli a base di pesce, visto che Porto Empedocle (Vigata nella finzione letteraria) è un luogo di mare. Ma anche i piatti della cucina cosiddetta povera come la pappanozza, la tradizionale insalata di patate e cipolle bollite che poi vengono ridotte a purè con la forchetta.

Rivelerebbe ai lettori una ricetta del suo libro, magari non eccessivamente complicata?

Dunque, il couscous di pesce tra quelle complesse, mentre tra le ricette più semplici (ma non per questo meno saporite), direi il sorbetto al gelsomino: si mettono i fiori in fusione per circa quaranta minuti, poi vengono filtrati e con quest’acqua “profumata” viene fatto il sorbetto.

Al gelsomino?

Sì, certo, ma potrebbe anche essere la zagara, o altri. E’ un piatto ereditato dalla cucina francese, che ha influenzato molto quella siciliana, tanto che quest’ultima è una sorta di mix tra influenze francesi e arabe. E’ proprio dagli arabi che abbiamo ereditato il gusto per l’agrodolce. Dato che lo zucchero era, nell’Africa del nord, sinonimo di ricchezza, finiva per essere usato dappertutto, anche nella carne. Un’abitudine che abbiamo finito per assimilare anche noi. 

 

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