DonPasta, DJ e gastronomo

Una cucina da ascoltare

L'originale proposta del dj e gastronomo donpasta unisce il cibo e la musica
(Foto di Paolo Soriani)

Si definisce gastrofilosofo, e propone libri e spettacoli dove sul filo conduttore della cucina, quella delle nonne, di cui si professa paladino, propone ascolti musicali, ricordi personali, storie e riflessioni a tutto campo. Il suo nome è donpasta, al secolo Daniele De Michele, di generoso e rosso sangue salentino, con le radici ben piantate nella fertile terra d’Otranto, nomade per necessità e vocazione, e di casa in un altro sud, quello della Francia, a Tolosa, dove ha messo su famiglia. Economista di formazione, dj per vocazione e gastronomo per passione, donpasta nei suoi originali dj set, dove le padelle e la macchina per fare la pasta stanno fianco a fianco con due giradischi e una cassa di vinili, dispensa gustosi assaggi di musica e cibo, ricreando l’atmosfera festosa di una riunione di famiglia o di amici. La ricetta di donpasta, che troviamo anche nel suo libro La parmigiana e la rivoluzione, fresco di stampa e terza uscita dopo l’esordio di Food Sound System e il seguito Wine Sound System, è infatti quella di una cucina fatta per stare insieme, per riunirsi attorno a un tavolo nei momenti felici e in quelli tristi, perché il cibo, il vino e la musica sono e saranno sempre l’anima  di una comunità.

 

Donpasta, che cosa c’entrano i Rolling Stones con la pasta e fagioli, John Coltrane con la parmigiana di tua nonna e Dvorak con le cozze ripiene? Insomma, che cosa c’entra la musica con la cucina?

Teoricamente è solo un gioco. Le associazioni sono decisamente soggettive e scanzonate. C'è però la consapevolezza che entrambe le cose servono per farsi bene al cuore. In genere peraltro stanno assieme: si cucina ascoltando musica, si mangia ascoltando musica.

 

Ti definisci un gastrofilosofo: che cosa vuol dire?

È una parola che inventò il mio compare Davide Della Monica per presentarmi  È talmente buffa ed improbabile che stava bene di fianco a donpasta, altro nome improbabile. Utilizzo il cibo come uno strumento di riflessione sulle attuali dinamiche sociale, culturali e politiche. Cerco di analizzare quello che succede a tavola, nelle campagne, nelle vigne, nei mercati cercando di farlo ed esprimermi in modo semplice. Penso che definirsi gastrofilosofo voglia dire... parlare come si mangia.

 

Dici che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, il soffritto e il pomodoro. Che cosa è dunque secondo te la cucina italiana, e che cosa la distingue dalle altre del mondo?

La cucina italiana insieme a quella cinese è probabilmente la più radicata e variegata. Ha varianti infinite di pasta e riso ad esempio, ma partendo eternamente dal soffritto. Mi piace il suo essere modestamente geniale, inventando con poco e niente. Lavorando sul sapore e il colore a partire dai piccoli dettagli, olive, capperi, origano, basilico, ma senza mai esagerare, senza mai far prevalere un gusto su un altro, e senza uccidere i sapori primari di carne e pesce.

 

Sei un grande sostenitore del meticciato, in cucina come nella musica, della fecondità degli incroci di culture, ingredienti e preparazioni. Un esempio di incontro gastromusicale particolarmente riuscito?

A me piace pensare sempre ai Clash. Furono i primi a unire il punk dei bianchi con il reggae giamaicano. Assieme si rivoltavano. Li immagino tranquillamente mangiare in una bettola indiana. Ecco cosa è per me il meticciato. La ricchezza di una metropoli attuale sta nelle diversità che ne ricostruiscono l'identità, i sapori, le musiche.

 

Qual è la tua proposta gastronomica?

Io non ho una proposta gastronomica, constato solo che sono cresciuto in Italia, dove in qualsiasi luogo andassi vedevo l'orgoglio ed il piacere a sentirmi parlare di cozze crude, purceddi, polente con nero di seppia, carciofi alla giudia. Notavo e noto ancora una identificazione di ogni persona con la cucina di festa delle sue origini. Il lavoro mediatico fatto in questi anni è distante anni luce dai piccoli, universali piaceri della gente comune.

 

La scelta vintage dei dischi in vinile dei tuoi spettacoli è l’equivalente del fare la spesa al mercato e dal contadino?

È una bella immagine. In effetti l'acquisto dei vinili risponde allo stesso piacere di prendere il tempo di chiacchierare con il venditore, di toccare ciò che si compra, immaginarsi come lo si utilizzerà.

 

Donpasta, un piatto, un vino e un disco per affrontare quest'epoca d’incertezze.

Un dramma, quest'epoca. Difficile. Direi Nick Drake, perchè nei tempi freddi è sempre bene avere addosso lana che riscaldi, prima di ogni cosa, poi un brodo di cicorie selvatiche e carciofi, dal retrogusto amaro e dal tepore che riscalda ogni parte del corpo. Da bere, un vino locale, quello che ognuno trova in prossimità, un negroamaro, unbarbera, un aglianico. Ci sarà sempre qualche bravo vignaiolo che lo fa con onestà.
 

Quale musica preferite come sottofondo mentre cucinate? Classica o rock?

 

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